Dolls wings
Sunday, May 11, 2008
Sunday, April 20, 2008
Inaspettabile...
A due giorni dalla fine (un nuovo inizio? semplice passaggio?)
Annaspante silenzio, nella stanza, un errore dopo l'altro, ritrovarsi, perdersi, e non essere mai stati.
Mi siedo sulla poltrona della mia scrivania. Guardo il tavolo da lavoro, il vetro poggiato sul legno grezzo, intagliato da mani sconosciute. Vi sono i libri, testi del mio quotidiano, e vi sono otto anni, che passano nei miei occhi... nell'aver avuto la paura di parlare.
Ritrovarsi, mi chiedo ancora cosa ciò possa significare. Penso ad altro, perchè stanca dell'università ( stanca), perchè la realtà è altro, anche. La realtà, per me, adesso, sono otto anni, ed una categoria percettiva che fatico a comprendere, un silenzio necessario ed inutile al tempo stesso.
Quanto può cambiare una persona in otto anni? E quanto sono cambiata io. Ora cenere, ora lontana, una casa in cima - quinto piano - rampe di scale, parquet sotto ai piedi e non è lo stesso cielo a tenerci accanto.
Prendermi ora non servirebbe, sempre altrove, sempre distante, non qui, non ora, non per voi e neppure per me stessa.
Eppure tante cose sono necessarie, un'esigenza interiore incombe, impervia ed evidente, instabile ed insaziabile. L'esigenza di farli, prima o poi, quei conti, di aggiustarle le cose.
Non si può rimandare all'infinito, attendere, e fors'anche sperare.
Non rimane che prendere quello che viene, e non voglio sentimentalismi, e non voglio i cuori sul diario. Io amo e resto cinica, sprezzante e critica.
Però poi sorrido, di nascosto, e di benevolenza ( non dovrei dirlo..), però qualcosa mi tocca, nel profondo, e gli otto anni si perdono, incostitenti e labili, improvvisamente fragili, in una telefonata che ti spezza la giornata, lo stupore dei cambiamenti, e di quanto, in fondo, qualcosa sia pur sempre rimasto, ed è anche tanto.
Monday, March 17, 2008
Non mi muovo, promesso, sigillato sulle labbra, ich kusse dich, labbra, ich kusse dich, bocca, non mi muovo, neppure uno spostamento - battito - una virgola di troppo; immobile.
Tornare significa riscoprirsi. Allora parto, direzione sud, in basso, ancora più in basso, fino alla costa rocciosa, fino al mare, specchio delle mie debolezze, fino ai confini della mia fragilità. Vedo solamente la luce all'orizzonte, che si abbate sui miei lividi occhiali da sole, sulle lenti stanche, usurate dal tempo e dallo sguardo vorace. Vedo, osservo, continuo a guardare, e resto ferma. Un battito, ciglia, palpebre, fremito, addosso alla pelle. Una carezza, tocco, sospiro, respiro, gemito, sul viso, sulla guancia, rossa, rosso d'attesa, d'arrivo prima della partenza.
Saturday, March 15, 2008
Friday, March 07, 2008
Club Moral
In via di determinazione, terminazione e svincolamento.
Se fossi stata poeta, se fossi stata scrittore, se fossi stata altra, altro che non io ( questo io, ancora, potrò mai definirlo?), se fossi stata quello che sono...
Perdo la mia onestà, e non è la moralità, che vado cercando. Non è la scrittura, la sabbia tra i piedi ed i sandali aperti. Non è neppure il mare e l'attesa nella pioggia sulle palpebre bagnate.
( Nietszche: la verità, spesso e volentieri, è maggiore nella menzogna che nella verità stessa -> apparenza di verità)
L'infante bugiardo mi osserva, ha gli occhi ingoiati dal cielo e le ciglia fitte di temporale. Implora le mie mie parole, quando io preferisco tacere, la mia bocca non ha sillabe, il mio respiro si imprega di silenzio. Ed è l'assenza.
Forse se avessi - io - se potessi - ancora io - se osassi...
Eppure non faccio altro che avere, potere ed osare. Eppure io, quell'io scomodo, ingordo, viziato, affamato di parole, lettere, scritture, quell'io insaziabile ed instabile, continua a guardarmi, scrutandomi, osservando ogni dettaglio - particolare- gettando il suo sguardo incessantemente su di me ( sempre io?), e domanda ancora, chiede, e lui-... quell'io, possibile che non esita?
Ha lo sguardo duro, livido di determinazione, impiastrato in una fermezza non di questo mondo.
Non vengo dalla terra, io.
Io vengo dal cielo.
Thursday, February 14, 2008
No Opera,
Parole, aspetto delle parole che stentano ad arrivare.
Mentre la bruma si spande sulla città, cammino per le vie del centro, ed ho quasi l'impressione di essere in un altro tempo ed in un altro spazio. I palazzi si levano alti sotto alla luce grigia della sera, innebbiati e spenti nel gelo invernale.
Inizio a ciancicare qualche espressione in tedesco. il mio insegnante, la copia della copia di una copia di un attore di film sulla seconda guerra mondiale, rientra nel mio immaginario dei volti in cui i tratti somatici vengono ad appoggiarsi alla persona, rispecchiando interamente la mia idea di 'germanicità'. Entra in aula ( non ha neppure mai detto come si chiami), leva il cappello per mettere un guanto nero ( uno solo) e scrivere alla lavagna.
Chez Moune è il primo cabaret lesbico di Parigi. Risale al 1936, quando vi arrivo prima della mezzanotte con abito argentato e stivali vintage. Mi aggiro per i ritratti erotici cosparsi nella sala. è tutto molto discreto, nella sala domina una riservatezza stupefacente, mentre il sesso viene ad incedere nella delicatezza. Non ci sono spettacoli, solamente un ragazzo con una camicia barocca che suona cover dei Cure. D'improvviso ho l'impressione di essere a Berlino ( in un modo o nell'altro la Germania continua a chiamarmi), dimprovviso c'è Wenders, i Joy division, Bauhaus, e tutti i rimandi di una gioventù della notte che esce per essere altro, mascherandosi con gli abiti del proprio quotidiano, pellicce, fusò imbrillantinati di paillettes, alice nel paese delle meraviglie e cappuccetto rosso.
Discusto per la strada. è venerdì la prima volta e lunedì la seconda. Sempre lo stesso tratto, un segmento in limine delle mia esistenza. Piago in balia dei passanti, a causa del mio sarcasmo e della mia ironia. Chi sei, chi sono? Persone diverse, davanti a me, non gli stessi occhi, non la stessa bocca, non le stesse labbra. Ancora fantasmi, ancora il passato, ad incedere nelle faglie della mia realtà, nei pomeriggi che sgorgano nella primavera, e nelle serate a cena dall'italiano sotto casa ( Monsieur ce soir est une fontaine)... e allora posso ridere ancora.
Pertanto vorrei fermarmi, vorrei partire. Mettere da parte lavoro, impegni, corsi, articoli, pubblicazioni, colloqui, curriculum, appuntamenti, lavori, caffé al bar, Chez Prune, Chez Jenette, ritratti del quotidiano, portraits d'artisti. E poi ancora pranzi, e poi ancora cene, regali, incomprensioni, amori fugaci, infatuazioni, rifiuto, disprezzo, riappacificazioni. sentimenti, sentimenti, sentimenti.
Vivere l'emozione, l'attimo, il presente, sic et sempliciter ora, nell'immediato, nel milieu ( ancora Deleuze), nel mezzo del cammin di nostra vita, hic et nunc, adesso. Caput.
Aspetto ancora quelle parole ( torno all'origine, attimo ancestrale, primordiale, il principio.) Torno all'infanzia, recedo nel mio essere piccolo inconsistente embionale. Scomparire. Eppure sono ancora. E sono anche più di prima. Ora. . Adesso. . Il resto non conta.
Thursday, February 07, 2008
Rotaie insonni,
Scivola un'altra notte, mi glissa addosso, si espande sul corpo, veloce veloce veloce e rattrapisce al petto, e sorvola - labbra - e deglutisce il thè, diluisce la cenere, ed ho freddo. Accendo i riscaldamenti, apro la finestra, ho freddo, ripeto. Chiudo allora la finestra, ed osservo, passi, osservo il silenzio, aria.
L'opera d'arte è un atto di rivolta (Deleuze). Anche il mio, è un atto di rivolta. Contro la notte, insonne, contro le serrande abbassate, il viso coperto, la crema idratante.
Passo a Godard, passo ad altro, nella vita due sono le considerazioni che non dimentico mai di mettere in conto: ci si abitua a tutto ( o quasi) e si passa ad altro ( quasi sempre). Nella vita c'è Godard, adesso, Adesso Le Mépris mi lascia stordita, perplessa, acuminata..
Déjà la nuit contemple les étoiles
et nos joies se métamorphosent vite en pleure
jusqu'à que la mer se renferme sur nous
collage, immagini, immagini, un pensiero improvviso, fugace
corro via, piedi scalzi
corro via
(non ridere di me!)




























